I Big dell'IA non hanno capito un tubo: parola di Tim O'Reilly

Mentre Altman e soci sognano di venderci l'ennesimo abbonamento a vita, il padrino dell'Open Source ci ricorda perché i loro giardini recintati sono destinati a fallire.

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Il vizietto di Big Tech: il fantasma di Windows 95

Ricordate quando negli anni Novanta Microsoft cercava di ficcare Internet Explorer e i suoi formati proprietari in ogni singolo microchip del pianeta? Ecco, secondo Tim O'Reilly — l'uomo che ha coniato il concetto di Web 2.0 e battagliato per l'Open Source prima che andasse di moda —, i laboratori di intelligenza artificiale di oggi stanno facendo esattamente la stessa identica cazzata.

In una recente intervista rilasciata a Wired, O'Reilly ha messo il dito nella piaga: OpenAI, Google, Anthropic e compagnia cantante si sono scritti in testa una sceneggiatura da film fantasy in cui noi utenti dovremmo rimanere felicemente incatenati ai loro cloud proprietari. L'obiettivo? Farci pagare la tangente mensile per accedere a un'intelligenza in affitto, bloccandoci dentro i loro "giardini recintati". Ma la storia del software insegna che chi prova a blindare l'architettura finisce sempre per prendere una facciata paurosa contro la community.

Tim O'Reilly

"Open Weights" non significa Open Source: non cascateci!

La parte più interessante del sermone di O'Reilly riguarda la grande truffa semantica che ci stanno propinando molte aziende. Tutti a fare il tifo quando viene rilasciato un modello "aperto", vero? Peccato che, come sottolineano anche gli esperti dell'Open Source Initiative e di Stanford, distribuire semplicemente gli open weights (i pesi matematici del modello) non significa fare Open Source.

Un modello a "pesi aperti" è come un motore d'auto sigillato: puoi montarlo sul tuo telaio e farlo girare in garage, ma non hai gli strumenti per modificarlo da cima a fondo, né sai con quale carburante sia stato collaudato. O'Reilly chiede a gran voce un'architettura partecipativa completa: codice di addestramento libero, trasparenza sui dataset, memoria condivisa e moduli interscambiabili. Vogliamo possedere lo stack tecnologico, non fare i fittavoli nell'infrastruttura di qualcun altro.

La sua filosofia di fondo rimane immutata da trent'anni: "Crea più valore di quello che catturi". Se un'azienda pensa solo a prosciugare i portafogli degli utenti offrendo in cambio un chatbot recintato, sta tradendo il senso stesso dell'innovazione tech.

Chiacchierare con l'IA o farle scrivere l'articolo?

L'intervista su Wired ha regalato anche un momento di godibilissimo corto circuito filosofico tra O'Reilly e lo storico giornalista Steven Levy. Levy ha confessato che non userebbe mai l'IA per sbobinare o sintetizzare le sue interviste, paragonando l'uso dei LLM nella scrittura a "mandare un robot a correre una maratona al posto tuo". Dopotutto, il bello della scrittura sta proprio nel sudore del processo mentale.

O'Reilly ha liquidato la posizione di Levy come una "visione legacy", raccontando di come lui utilizzi abitualmente gli aggeggi generativi come "compagni di pensiero" per fare brainstorming e velocizzare le bozze funzionali. Chi ha ragione? Probabilmente entrambi. Un conto è farsi aiutare a riordinare gli appunti; un altro è delegare all'algoritmo la scintilla critica o lo stile di quello che firmi.

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